La centralina idroelettrica di Valle Adamé

Un’opera “verde” può danneggiare l’ambiente che dice di servire.
È successo a 2150 metri di altitudine, nel cuore del Parco dell’Adamello.

COSA STA SUCCEDENDO

La Valle Adamè, nel Comune di Saviore dell’Adamello, è una delle valli più integre delle Alpi: un vero santuario geologico. A quota 2.150 metri sorge la Baita Adamè, un rifugio gestito da un’associazione di volontari.

Qualche anno fa, per alimentare il rifugio, è stata realizzata una piccola centralina idroelettrica che deriva l’acqua del torrente Poia, capace di produrre circa 30 kilowatt: una potenza che diverse associazioni hanno giudicato ben superiore ai reali bisogni della baita, già dotata di un buon impianto fotovoltaico.

Il punto non è l’energia pulita in sé, che è cosa buona.
Il punto è dove e come quell’opera è stata realizzata: in un’area sottoposta ai più alti livelli di tutela, che interessa due siti della Rete Natura 2000 – la Zona Speciale di Conservazione “Vallone del Forcel Rosso” e la Zona di Protezione Speciale “Parco Naturale dell’Adamello” – e che ricade nel cuore del Parco, dove le Norme Tecniche di Attuazione (NTA) del Piano Territoriale di Coordinamento (PTC) del Parco dell’Adamello, agli articoli 6 e 9 vietano espressamente nuovi impianti idroelettrici e nuovi edifici, salvo deroghe molto limitate per i rifugi e a condizione di non alterare il regime idrico né gli equilibri delle torbiere.

Il 17 ottobre 2025, con l’Ordinanza n. 11, il Comune di Saviore dell’Adamello ha disposto la demolizione delle opere non autorizzate e non conformi e il ripristino dei luoghi.


Perché ci preoccupa

Un’opera nata “verde” rischia di danneggiare proprio l’ambiente che dovrebbe servire. E il caso solleva una domanda che va oltre la singola centralina.

Confrontando ciò che era stato autorizzato con ciò che è stato effettivamente costruito sono emerse difformità rilevanti: muri e deviazioni nel letto del torrente non previsti, un bacino artificiale in cemento al posto dell’invaso più naturale autorizzato, tratti di tubazione posati in modo non conforme, rifiniture mai completate.

L’ordinanza interviene su queste difformità, ma resta aperta la domanda più grande: se un’opera del genere fosse compatibile, fin dall’origine, con i vincoli del Parco e delle aree Natura 2000.

È il segnale di cosa può accadere in un’area protetta quando i controlli si allentano e gli uffici tecnici sono sotto organico: un rischio che riguarda l’intero Parco, non solo la Valle Adamè.


COSA CHIEDIAMO

Abbiamo seguito il caso con lo strumento che ci è più proprio: la documentazione. E continuiamo a chiedere che i vincoli del Parco siano rispettati pienamente.

Il nostro gruppo di volontari ha prodotto una relazione tecnico-ambientale di 85 pagine con analisi dettagliate, cartografie, fotografie scattate in loco. Quella relazione, consegnata al Nucleo Carabinieri Forestali di Breno, ha contribuito a far muovere le istituzioni e a ottenere l’ordinanza di demolizione e ripristino.

È un risultato importante: dimostra che vigilare e documentare serve, e che le regole, quando vengono fatte rispettare, funzionano.

Per questo chiediamo più vigilanza e regole più solide – non meno tutele e confini più stretti – perché la Valle Adamè torni al suo stato e mantenga intatto il suo valore. Questa vicenda è la migliore risposta a chi vuole ridurre il Parco: le norme non sono un ostacolo allo sviluppo, sono lo strumento che permette di far convivere le attività umane con la natura.